Sinossi
L’intero progetto gioca sulla dialettica tra costruzione e decostruzione di bias culturali e linguistici. L’immagine, la parola e il corpo di chi è in scena si intrecciano con la presenza attiva del pubblico, in una continua ridefinizione dei ruoli. Il confine tra chi guarda e chi agisce si fa labile, creando una relazione fluida, dove la complicità si intreccia alle aspettative deluse o superate.
Il pubblico incarna il quarto personaggio, a cui viene affidata la responsabilità di far procedere il meccanismo dello spettacolo: il Libretto chiamato Infinita bellezza alimenta nel pubblico l’illusione di poter controllare gli eventi, salvo poi svelarsi gradualmente come un prepotente manipolatore.
I corpi delle due persone in scena restituiscono immediatamente un’identità, facilmente soggetta a pregiudizio stereotipato, sia esso legato al genere o ad un’etnia. Può il giudizio su una persona essere riconducibile solo a queste categorie? L’attrice e l’attore si interrogano anche su questo limite, attraverso vari tentativi scenici e dialettici, con la speranza che il suo superamento apra nuovi e imprevedibili sguardi sul mondo.
Lo spiazzamento rispetto al proprio punto di vista è un elemento ricorrente, servito e affrontato con ironia, come strumento critico di decostruzione della realtà. La dimensione collettiva in cui avviene tutto questo funge da specchio nel riconoscere i nostri limiti culturali e sociali, avviando una riflessione su quali limiti siamo disposte e disposti ad accettare come individui e come società.
Infinita bellezza, con sgraziata sincerità, è un manifesto politico-poetico di delicata rabbia.